Torino 2006 – l’eredità

Giochi Olimpici invernali Torino 2006. Sono già passati 10 anni e mi sembra ieri. Avevo appena lasciato l’incarico in Marcialonga dopo 5 intensi anni ricchi di soddisfazioni per entrare nel mondo del turismo. Il non essere stato parte attiva di quel grande evento è un rimpianto personale ma come italiano mi sento pienamente appagato, un tifoso soddisfatto delle gesta sportive, un manager ammirato dell’efficienza organizzativa. Forse un cittadino leggermente arrabbiato per qualche impianto sportivo che poteva essere gestito meglio nella fase post evento. Nel complesso sono stati grandi Giochi, un’Olimpiade da esportazione,

Sembra incredibile come il tempo scorra inesorabile e i grandi eventi sono delle lancette mondiali che segnano il passo lasciando tracce indelebili (a volte sotto forma di debiti!) e cambiando radicalmente l’urbanistica, le abitudini e le vocazioni di città e luoghi. Da poco Parigi ha presentato il suo “timbro” per i Giochi del 2024 e il 17 febbraio toccherà al Comitato Roma 2024 condividere con la città la Vision del progetto ma anche il budget economico, le ricadute per l’occupazione, le opportunità e i benefici per il Paese. 

C’è un grande dibattito sul tema dei grandi eventi. Nel blog ho già scritto alcuni post che riprendono l’oggetto del libro sui nuovi modelli organizzativi a “misura d’uomo” scritto con l’amico e giornalista Egon Theiner. Basta digitare “Olympic Games legacy” su Google per trovare decine di articoli delle più importanti riviste specializzate o quotidiani nazionali. Le analisi sono per lo più dettate dagli orientamenti politici, raramente si legge uno studio serio suffragato da dati analitici e misurazioni puntuali nel fase post. Credo che la vera forza di un evento per un territorio sia rappresentata dalla sua capacità di armonizzazione delle necessità vs opportunità. Saper trovare i giusti compromessi per riqualificare zone depresse, rinnovare impianti obsoleti, costruire impianti e servizi assenti in quei luoghi ma capaci una volta a regime di elevare la qualità della vita dei propri abitanti o il comfort degli ospiti. In taluni casi, ha senso utilizzare strutture temporanee, smantellate una volta concluso l’evento, perchè a tendere rappresentano solo un onere e non un’opportunità per i cittadini di quel luogo. A meno che non diventino impianti positivi di eccellenza e punto di riferimento nazionale, centri federali. C’è solo il rischio che creiamo centri nazionali in maniera incontrollata. Rimane senza eguali la leva di comunicazione dei grandi eventi ed in particolare dei Giochi Olimpici. Poter raccontare e mostrare una città ed un territorio, magari rinnovati, ad una platea mondiale rimane un plus al quale è difficile opporre contrarietà.

Sono fermamente convinto che l’eredità di un evento rappresenti un punto determinante per per una città od un Paese che intendano proporsi quale organizzatore di una grande manifestazione. Un punto che va analizzato e sviluppato in maniera approfondita, senza lasciare nulla al caso, evidenziando obiettivi chiari, tempi e modalità, indicando anche i momenti plausibili di misurazione dei risultati. Fino ad oggi ho visto pochissimi casi in cui emerga da un dossier di candidatura una legacy quale punto di forza. Il più delle volta appare come il compito diligente di uno scolaro consapevole di dovervi assolvere. In altri casi si tratta di frasi retoriche o filosofia del nulla. Quando il capitolo legacy diverrà la parte più importante e rilevante dei bidding book, cominceremo a vedere un cambio di rotta.

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