Quando lo stadio non è sufficiente

La cronaca di questi ultimi giorni porta all’attenzione dell’opinione pubblica la difficoltà delle squadre italiane ad essere competitive nei tornei internazionali. Vale per il calcio ma anche per altre discipline. Mi riferisco alla notizia apparsa su diversi media di cui riporto due articoli (Gazzetta dello Sport e Il Fatto Quotidiano) secondo la quale il “proprietario” dell’Inter, accortosi che la situazione italiana è molto più complessa di quanto immaginasse, avrebbe deciso di vendere la squadra.

Leggendo i molti articoli e le analisi apparse anche sul web, emerge chiaro come uno dei motivi di scarsa redditività del club sia la co-gestione dello stadio, neppure di proprietà fra le altre cose. Nello stesso lasso di tempo leggo un altro articolo dal quale emerge invece una tesi opposta e cioè che nemmeno lo stadio di proprietà (in questo caso parliamo dell’Udinese), garantirebbe una redditività sufficiente alla società.

Abbiamo quindi uno scenario particolare dal quale traspare chiaramente come l’intero modello organizzativo dello sport professionistico in Italia che presenta delle anomalie. Ho avuto modo di approfondire il modello americano della pallacanestro (che non è solo NBA ovviamente) e di altre discipline. Per certi aspetti vi sono delle similitudini con quello inglese della Premier League (che non assorbe comunque tutto il movimento calcistico inglese) ma non uguale. Ogni ambiente socio-culturale e politico è diverso e necessita quindi di una valutazione attenta che presuppone la non trasferibilità tout court di un modello organizzativo da un contesto ad  un altro.

Se anche lo stadio non è più sufficiente, significa che il contesto generale in Italia per lo sport professionistico ha delle falle. E’ chiaro che qui il problema vero è la visione di chi lo stadio lo costruisce. Cosa vorrai fare per i prossimi 25 anni? Chi vorrai portare a vedere le partite? Cosa potrai offrire a queste persone? Quali altri eventi potrai gestire? L’elenco potrebbe essere lungo ma per noi in Italia si riduce forse ai primi tre quesiti mentre negli Stati Uniti, lo sport professionistico è business e le domande sono analizzate tutte, fino a diventare nauseanti, ma il modello deve reggere. Non ascolto più coloro i quali mi dicono “Ma il modello America non non fa per noi”. Non tutto lo sport in America è business, ma quello professionistico sì, semplicemente perchè deve autofinanziarsi. Esistono i magnati anche da loro ma non crediate che investano per perderci denari. Le università fanno un lavoro straordinario mentre ancora oggi da noi il binomio sport-studio non funziona, o comunque, potrebbe funzionare meglio. Se non ci fossero i gruppi sportivi militari credo che almeno il 50% degli sport cosiddetti “minori” cesserebbe di avere praticanti full-time e perderemmo quegli atleti di punta che ci portano poi le medaglie ai Giochi Olimpici. C’è solo un problema: i gruppi sportivi militari sono finanziati dallo Stato cioè dai cittadini, e con il debito pubblico che ci ritroviamo non so per quanti anni ancora potremo sostenere questo livello di spese, anche se le ritengo essenziali per la sostenibilità di molte discipline sportive. Quindi? Sarebbe bello guardare al futuro ripensando tutto il modello dello sport italiano, affrontandolo per livelli. Rafforzando il ruolo dei club, dando maggiore struttura e valore allo sport universitario, complementare a quello dei gruppi sportivi militari il quale deve rimanere e magari avere più certezze. Ma soprattutto ridisegnando completamente lo sport professionistico. Se penso al calcio e penso quanti costi lo Stato investe solo per garantire la sicurezza ogni domenica, e poi vedo le buche per le strade di Roma, che potrebbe vivere solo degli introiti turistici e invece è sommersa di debiti, allora mi arrabbio. La lega professionistica deve essere rivoluzionata sul modello americano, senza discussioni. Ci devono stare solo i team che fanno i numeri, allo stadio ci vadano le persone per bene, il biglietto deve costare in base al servizio offerto. Se vai a Stanford Bridge prendi mezzo infarto alla biglietteria ma quando entri capisci 1280px-Super_Bowl_XLIII_-_Thunderbirds_Flyover_-_Feb_1_2009perchè costa così. Anche la gestione dei roster deve essere diversa con un meccanismo di riequilibrio che premi i più deboli. Nella NFL non è uno scandalo se il migliore delle promesse viene scelto dal team più debole, anzi. E così lo spettacolo funziona, lo sport è migliore, le squadre guadagnano, il pubblico è felice. Ma il modello è diverso, profondamente diverso. E se in Italia non vogliamo cambiare non è perchè non possiamo, ma perchè non vogliamo. Alle volte è comodo lasciare le cose come stanno, e allora anche lo stadio non sarà più sufficiente.

 

 

 

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