Cosa significa “dual career” in Italia e quali sono le prospettive

Oggi in Italia quando parliamo di dual career per gli atleti di alto livello ci proiettiamo subito al sistema di supporto legato ai corpi sportivi militari. In altre parole, l’atleta può allenarsi e partecipare alle competizioni internazionali mentre si prepara a lavorare presso uno dei corpi militari al termine della carriera sportiva, percependo uno stipendio dal corpo di appartenenza.

Questo programma, che tanto lustro e tanti risultati ha portato al nostro Paese, presenta sicuramente alcune criticità dovute soprattutto alle restrizioni economiche degli ultimi decenni e comunque offre uno sbocco professionale agli atleti che è molto specifico, probabilmente non adatto a tutti gli atleti al termine della carriera o non conforme alle loro aspirazioni personali.

Per molti atleti che non rientrano in questo programma – con l’eccezione di pochissimi sport professionistici o comunque molto ben remunerati e di alta visibilità mediatica – o per coloro che non intendono restare nei corpi militari a fine carriera, il termine della carriera sportiva può coincidere con un momento molto difficile della propria vita, in cui l’attività sportiva “dilettantistica” potrebbe non aver prodotto una professionalità spendibile sul mercato del lavoro, un mercato che è sempre più difficile e competitivo anche per chi ha saputo dare tanto al prestigio dell’Italia vincendo magari medaglie olimpiche o di campionati del mondo.

Un modello di eccellenza del nostro Paese è certamente rappresentato da LUISS – Libera Università Internazionale degli Studi Sociali che costituisce l’Associazione Sportiva LUISS nel 1999. Dal 2007 il Presidente dell’AS LUISS è Luigi Abete. Nel 1998 il progetto sportivo dell’Università prende forma con la sua prima squadra di pallacanestro, composta da studenti-atleti, ai quali vennero assegnate le prime 4 borse di studio per meriti sportivi. Nella stagione successiva, la squadra composta da soli studenti-atleti LUISS, partecipa al campionato di serie B, e le borse di studio assegnate diventano 15: nasce così il primo esempio di Dual Career tra studio e sport in Italia. Dall’anno accademico 2016/17 attraverso LUISS Sport Academy viene incrementata la formazione manageriale e l’opportunità di praticare nuove discipline sportive. Tutti gli studenti-atleti LUISS hanno la possibilità di iscriversi al LUISS Sport Program, attraverso il quale possono continuare a praticare lo sport agonistico, con servizi dedicati e nello stesso tempo, frequentare un corso di studi di alto profilo, con la possibilità di ricevere anche borse di studio.

In moltissimi Paesi occidentali (ma anche in molti di quelli emergenti, come molti Paesi asiatici, che hanno adottato in molti aspetti un modello anglo-sassone di formazione superiore) esiste un fortissimo legame tra carriera sportiva e studi universitari. Questo sistema presenta molti vantaggi per tutti i principali stakeholders:

    • Per gli atleti, perchè possono sviluppare in parallelo i propri talenti sportivi e la propria vocazione professionale.
    • Per le Università, che negli atleti di alto livello trovano testimonial ed esempi importanti per gli altri studenti, opportunità di visibilità e anche nuove occasioni di finanziamento, di ricerca e di innovazione.
    • Per il movimento sportivo nazionale, che potrebbe diversificare la crescita dei propri talenti in modo più coerente con le loro aspitarazioni culturali e professionali.
  • Per le Federazioni, che potrebbero trovare anche nelle Università dei partner molto importanti per lo sviluppo armonico della personalità dei propri atleti e per lo sviluppo di risultati scientifici e tecnologici che potrebbero migliorare le loro performance.

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Questo in modo coerente con i principi del movimento sportivo universitario (rappresentato dalla FISU il cui motto è “Excellence in Mind and Body” e in Italia dal CUSI).  Purtroppo, su questo aspetto l’Italia è un leggermente indietro: pochissime università offrono supporto agli studenti-atleti di alto livello, quelle che lo fanno hanno creato dei programmi locali e non collegati con simili programmi in altri atenei; nella maggior parte dei casi i pochi atleti che osano cimentarsi con gli studi universitari restano invisibili ai propri atenei, se non addirittura osteggiati in nome di una presunta situazione privilegiata derivante dalla loro visibilità sportiva.

Sulla scorta di quanto evidenziato e dopo avere preso spunto da alcune realtà visitate, in particolare in Inghilterra e in Svezia, da qualche anno anche l’Università di Trento ha avviato un programma speciale denominato TopSport, che si propone di sostenere gli atleti di punta nelle diverse discipline con una serie di benefit di tipo didattico-organizzativo, tra cui ricordiamo brevemente la flessibilità delle sessioni d’esame (sessioni straordinarie e altre modalità definite discrezionalmente dal docente, come ad esempio esami orali in via telematica); tutor accademico e/o studente tutor (se richiesto); ricevimento dei docenti tramite modalità online; recupero delle frequenze concordato con il docente; uso della foresteria (per necessità di alloggio saltuarie) a prezzi agevolati; possibilità di stage per inserimento lavorativo post-carriera/valorizzazione delle competenze accademiche ed agonistiche; supporto psicologico e motivazionale. L’accesso a tale programma è basato su un testi di autovalutazione appositamente creato, che combina diversi aspetti della carriera sportiva e pesa i risutlati sportivi ottenuti dall’atleta. La permanenza nel programma è strettamente legata al raggiungimento di alcuni obiettivi accademici, tra cui un numero di crediti minimo all’anno. Ho avuto l’onore ed il privilegio di aver fatto partire il progetto insieme all’Università di Trento e ad Antonella Bellutti, indimenticata atleta olimpica azzurra.  Pur avendo avuto un numero totale di autovalutazioni molto lusinghiero e pur avendo riscontrato un elevato interesse da parte degli atleti, l’esperienza di questi anni di TopSport dimostra chiaramente che un progetto come quello di Trento non può veramente decollare se non esiste un quadro di riferimento nazionale a cui richiamarsi, se non ci sono risorse adeguate e soprattutto se non si inserisce in una strategia complessiva del movimento sportivo nazionale per la gestione e l’organizzazione della doppia carriera degli atleti. La Commissione Europea sta investendo molto sul tema della dual career nello sport, a tal punto da averlo inserito fra gli obiettivi principali nelle linee strategiche dello sport dei prossimi anni.

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La Prof.ssa Capranica dell’Università di Roma Foro Italico è sicuramente un’autorità in materia e rappresenta l’Italia nell’EAS Dual Career Network.  A livello europea c’è molto fermento e le istituzioni insieme alle università stanno facendo passi avanti molto velocemente. In Italia c’è molto da fare e credo che potremmo rappresentare un modello unico a cui tendere, formato da gruppi sportivi militari, club privati e poi le università. Un sistema ibrido e unico, capace di soddisfare tutte le esigenze degli atleti, di distribuire i pesi rappresentati dagli investimenti sul capitale umano ma allo stesso tempo ottimizzare le risorse. Sarebbe interessante se il CONI, sull’onda della grande speranza di Roma 2024, sia promotore di un progetto pilota nazionale di doppia carriera. Il CONI è decisivo, in quanto esso ha il prestigio e il peso politico per poter fare pressione affinché venga costruita da un lato la cornice normativa  e la copertura finanziaria e dall’altro vengano definiti gli accordi opportuni con le federazioni sportive.

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