Atleti

RIO 2016: UNIVERSITARI SUL PODIO

Molti Paesi hanno fatto la differenza a Rio 2016 con gli atleti-studenti universitari

Le Olimpiadi di Rio sono alle spalle e molti comitati olimpici stanno stilando bilanci e preparando le prime valutazioni. Mi piace sottolineare un aspetto che passa spesso inosservato. Chi sono gli atleti che partecipano? Cosa fanno nella vita? Cosa faranno una volta finita la carriera sportiva? Ho già scritto sul tema della dual career e sono felice di cogliere l’occasione di Rio per presentarvi una breve ma significativa analisi di dati che ha presentato la FISU (la federazione degli sport universitari). Diciamo che in Italia l’eco arriva assai smorzato ma il team virtuale degli studenti-atleti cresce e vince, sempre di più.

Possiamo suddividere gli atleti partecipanti alle Olimpiadi (di ogni nazione) in tre macro famiglie di provenienza: appartenenti a gruppi sportivi militari, studenti-atleti in prevalenza di estrazione universitaria, appartenenti a club sportivi. Grazie a queste grandi “famiglie” un atleta può allenarsi e concentrarsi sulla propria carriera sportiva. Chi fa parte di un gruppo sportivo militare avrà poi la possibilità di continuare una carriera professionale una volta ultimata quella sportiva. Chi è studente avrà un titolo che dovrebbe aprire sbocchi professionali nuovi. Chi appartiene ad un club dovrà cercare opportunità professionali direttamente nel mondo del lavoro, senza un supporto all’entrata o una particolare qualificazione.

E’ chiaro a tutti che concentrare l’attenzione sullo sport richiede sforzi e sacrifici tali da non lasciare molti margini per altri impegni. Le università di tutto il mondo si sono accorte che lo sport è un valore dai molteplici benefici. Un accrescimento del benessere psico fisico di tutti gli studenti in media, un miglioramento dell’immagine dell’ateneo grazie ad atleti di alto profilo, il reclutamento di tecnici di grande professionalità a supporto degli atleti e di conseguenza una crescita dell’appeal degli atenei più virtuosi. E’ un ciclo che si autoalimenta e che genera effetti positivi soprattutto sul lungo termine.

A Rio la FFSU (federazione francese degli sport universitari) ha riferito che tra i 92 studenti-atleti presenti all’interno della delegazione francese, 25 hanno vinto una medaglia olimpica. La federazione  francese ha anche inviato le sue congratulazioni agli atleti e alla squadra olimpica francese per la sua prestazione complessiva, segnata da un nuovo record di medaglie.

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Assistiamo ad uno scenario simile per il Canada con 16 atleti della CIS (Canadian Interuniversity Sport) che hanno brillantemente vinto medaglie a Rio 2016. Fra i 16 atleti, 7 in precedenza hanno partecipato ad un’edizione delle Universiadi estive. Nel complesso sono 158 gli atleti con legami a scuole che fanno parte della CIS che hanno gareggiato alle Olimpiadi estive del 2016; di questi 81 sono già o saranno atleti CIS, cioè studenti-atleti che parteciperanno a mondiali universitari o universiadi.

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Infine, gli australiani (Uniroos) che hanno avuto ottimi risultati. Sono stati 71 i vincitori di medaglie a Rio. L’Australia ha vinto 8 ori, su un totale di 82 medaglie (con dei casi di atleti con più medaglie). Gli studenti-atleti rappresentano il 61% del totale delle medaglie vinte in 10 sport.

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E’ stata una delle edizioni dei giochi olimpici di maggior successo per gli studenti-atleti, di poco sotto al record di  Londra 2012, quando il 63% delle medaglie assegnate furono vinte da studenti-atleti. Lo studio e la formazione abbinati allo sport stanno diventando “normalità” in molti Paesi.
Don Knapp, responsabile dello sport universitario australiano, ha attribuito il successo delle performance degli studenti-atleti australiani ai percorsi di supporto creati attraverso i programmi per studenti-atleti delle università australiane. “Molti dei nostri atenei membri, facilitano l’accesso alla doppia carriera attraverso borse di studio che consentono agli studenti-atleti di mantenere una carriera sportiva d’élite, un livello di istruzione completo e di alto profilo e di raggiungere un sano equilibrio psico-fisico. Una ricerca dimostra che gli studenti-atleti selezionati per le squadre olimpiche australiane vincono  in proporzione una percentuale maggiore di medaglie  – un risultato straordinario per il sistema sportivo universitario (che conta 42 università), che ci rende orgogliosi”, ha detto Knapp.

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(Fonte: Fisu, FFSU, CIS e AUS)

QUANDO IL DOPING UCCIDE I SOGNI

Quando ero piccolo sognavo di diventare un calciatore famoso. Mi cantavo anche l’inno nazionale e mi auto consegnavo la medaglia. Non so se vi sia mai capitato di pensare a quante vittorie, partite, eventi, imprese epiche, potrebbero essere state condizionate dall’uso di prodotti dopanti. Io ci penso spesso, soprattutto quando leggo biografie di campioni, o storie di sport. Affascinati dagli eroi vittoriosi ma allo stesso tempo accanto agli sconfitti con un braccio che cinge la spalla ed un sussurro all’orecchio – Se hai dato il massimo e non hai nulla da rimproverarti, allora hai vinto anche tu – . – Sei un grande ma davanti hai un fenomeno -. -Colpa del fato-.  Questo il mondo ideale. – Aspettiamo gli esiti del controllo sul doping – potresti vincere tu la medaglia se lo squalificano -. Il mondo reale.

Le vicende di doping degli ultimi mesi sono la punta dell’iceberg. Tanti, troppi casi nell’ultimo decennio. Ero ad Atene nel 2004 quando accaddero i casi di  Kenteris e Thánou. Sembrava un fumetto, dove guardie e ladri si avvicendavano e lo sport scompariva dalla trama, lasciando spazio ad altri temi a tinte gialle e nere o rosa, dipende dai casi. Le ultime vicende eclatanti: dal caso Schwazer contraddistinto da un’opacità di fondo che percuote tutta la vicenda a lascia tanto amaro in bocca fino alla squalifica di massa dell’atletica russa. Due casi su centinaia se non migliaia dei soli ultimi lustri. Due casi che obbligano tutti noi, atleti, tecnici, dirigenti o semplici appassionati di sport, ad una riflessione profonda, che forse è alla radice di ogni società e tocca il senso dell’essere umano e della sua ragione di vita: la fiducia, in sè stessi e nella comunità, la responsabilità di ciò che si fa, verso sè stessi e verso gli altri, la consapevolezza, che lealtà, onestà e correttezza sono fondamenta senza le quali nulla può stare in piedi. Considero questi concetti globali, multietnici e democratici, dovrebbero essere validi in ogni Paese, per ogni etnia, sesso e religione, dalla campagna alla città, in ogni contesto sociale ed economico. E se questo è vero, allora lo sport di alto livello deve cambiare: in fretta, in maniera radicale e senza compromessi. (altro…)

Cosa significa “dual career” in Italia e quali sono le prospettive

Oggi in Italia l’unico vero programma di dual career per gli atleti di alto livello è quello legato ai corpi sportivi militari. In altre parole, l’atleta può allenarsi e partecipare alle competizioni internazionali mentre si prepara a lavorare presso uno dei corpi militari al termine della carriera sportiva, percependo uno stipendio dal corpo di appartenenza.

Questo programma, che tanto lustro e tanti risultati ha portato al nostro Paese, presenta sicuramente alcune criticità dovute soprattutto alle restrizioni economiche degli ultimi decenni e comunque offre uno sbocco professionale agli atleti che è molto specifico, probabilmente non adatto a tutti gli atleti al termine della carriera o non conforme alle loro aspirazioni personali.

Per molti atleti che non rientrano in questo programma – con l’eccezione di pochissimi sport professionistici o comunque molto ben remunerati e di alta visibilità mediatica – o per coloro che non intendono restare nei corpi militari a fine carriera, il termine della carriera sportiva può coincidere con un momento molto difficile della propria vita, in cui l’attività sportiva “dilettantistica” potrebbe non aver prodotto una professionalità spendibile sul mercato del lavoro, un mercato che è sempre più difficile e competitivo anche per chi ha saputo dare tanto al prestigio dell’Italia vincendo magari medaglie olimpiche o di campionati del mondo.

Per contro, in moltissimi Paesi occidentali (ma anche in molti di quelli emergenti, come molti Paesi asiatici, che hanno adottato in molti aspetti un modello anglo-sassone di formazione superiore) esiste un fortissimo legame tra carriera sportiva e studi universitari. Questo sistema presenta molti vantaggi per tutti i principali stakeholders:

  • Per gli atleti, perchè possono sviluppare in parallelo i propri talenti sportivi e la propria vocazione professionale.
  • Per le Università, che negli atleti di alto livello trovano testimonial ed esempi importanti per gli altri studenti, opportunità di visibilità e anche nuove occasioni di finanziamento, di ricerca e di innovazione.
  • Per il movimento sportivo nazionale, che potrebbe diversificare la crescita dei propri talenti in modo più coerente con le loro aspitarazioni culturali e professionali.
  • Per le Federazioni, che potrebbero trovare anche nelle Università dei partner molto importanti per lo sviluppo armonico della personalità dei propri atleti e per lo sviluppo di risultati scientifici e tecnologici che potrebbero migliorare le loro performance.

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Questo in modo coerente con i principi del movimento sportivo universitario (rappresentato dalla FISU il cui motto è “Excellence in Mind and Body” e in Italia dal CUSI).  Purtroppo, su questo aspetto l’Italia è un leggermente indietro: pochissime università offrono supporto agli studenti-atleti di alto livello, quelle che lo fanno hanno creato dei programmi locali e non collegati con simili programmi in altri atenei; nella maggior parte dei casi i pochi atleti che osano cimentarsi con gli studi universitari restano invisibili ai propri atenei, se non addirittura osteggiati in nome di una presunta situazione privilegiata derivante dalla loro visibilità sportiva.

Sulla scorta di quanto evidenziato (altro…)

Creatività nel reclutamento dei talenti

Ogni volta che vedo un gesto atletico memorabile o un’impresa storica, in qualsiasi disciplina sportiva, penso sempre a quanti sono i talenti mai scoperti, a quanti Mennea ci siamo persi, a quanti Messi o Jordan o Pellegrini hanno perso il treno. Non si sono trovati nel posto giusto al momento giusto, il caso non li fatti incontrare con lo “scopritore”, il talent scout o il semplice avventore che rimane basito vedendo un ragazzino o un ragazzina compiere azioni straordinarie. Si sono magari stufati prima dell’incontro fatale, si sono persi perchè non sostenuti a sufficienza dalle famiglie, dagli allenatori o semplicemente da sè stessi, perdendo quella fiducia che è alla base dell’esaltazione massima delle passioni, in ogni campo. (altro…)